Il piccolo borgo di Campana accoglie il visitatore con un ponte romano del I secolo d.C., unica via d’accesso, sotto cui scorrono le acque del fiume Aterno. Il grande ponte ha resistito ai secoli ed ai grandi avvenimenti storici, politici ed economici del territorio, conservando la bellezza e l’eleganza intatte nel tempo.

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Il Ponte Romano di Campana, se potesse raccontare i suoi 2000 anni di storia!

Il Ponte di Campana fu il primo di 12 ponti sull’Aterno, voluti dall’imperatore Claudio nel 47 d. C. Unica via d’accesso al paese, l’Antica Via Poplica Campana alla sommità del borgo si trasforma in una mulattiera, che si inerpica sulla montagna con un dislivello di 600 metri fino alla Piana delle Rocche e poi ad Alba Fucens.

Un piccolo borgo sul costone della montagna, che sale verso Terranera e le Rocche, un’unica via di accesso: il ponte romano del I secolo dopo Cristo. Campana è stata un crocevia importante, sin dai tempi dei romani. Il ponte di Campana risale all’epoca dell’imperatore  Claudio, il quale, nel 47 d.C., decise di costruire 43 ponti per sviluppare la viabilità di Roma, per dare impulso all’economia e alla cultura nella penisola.

Il ponte di Campana fu il primo dei soli 12 eretti sull’Aterno e Claudio se ne servì come posizione chiave per allacciare due grandi arterie romane: la Claudio nova e la Poplica Campana. La Claudio nova, partendo da Roma, entrava nel territorio dei Vestini e si biforcava più volte nella valle dell’Aterno.

La Poplica Campana, invece, univa Peltuinum ad Alba Fucens e di lì in Campania. Il tracciato, che portava dal ponte di Campana fino alle Rocche, è evidente ancora nei resti dei muri campestri lungo la base di colle Prutto e nella pavimentazione che si incontra ripulita dalle piogge.

Superato il ponte, per una via secondaria tra i boschi, la valle dell’Olmo si ricongiungeva presso Fruntenias (Fontavignone), con la seconda via romana, la Poplica Campana che, dall’alto piano delle Rocche, portava ad Alba Fucens. Nell’angusta valle di Acciano, sebbene lunga soltanto undici miglia, restano i 12  splendidi ponti romani voluti da Claudio, di cui quello di Campana fu il primogenito. In origine era composto da quattro arcate a tutto sesto e tre taglia-acque; era lungo 130 palmi (un palmo = cm 7,62) e largo poco meno di 12 tra i parapetti laterali; a metà ponte, nella parte superiore c’erano due edicole affrescate, coperte da un piccolo tetto. I costruttori del ponte lo hanno fatto “ad perpetuitatem”, usando un doppio metodo: con una calcina fluida stringevano migliaia e migliaia di sassolini per formare un solo masso, impermeabile all’acqua e non facilmente frantumabile; davano ai macigni forme geometriche diverse e le combinavano a secco, senza nessun mezzo se non la connessione, e ciò non permetteva ai massi di muoversi ne’ di poter essere divelti.

Per 18 secoli, fino al 1834, il ponte si è mantenuto nella sua stabilità e nelle sue forme con i tabernacoli al centro, coperti a caratteristica tettoia, con immagini di santi affrescate a mo’ di torre. Non si hanno documenti che attestino la situazione nel corso dei secoli, fino a quando, in pieno Ottocento, si hanno notizie di rimaneggiamenti: alle quattro arcate a tutto sesto ne furono aggiunte altre due, una sull’argine destro e un’altra su quella di sinistra di m. 3,60 ciascuna. La copertura del tetto fu allargata di due metri di larghezza e un metro di altezza, sia per dare rifugio in caso di pioggia che per consentire il transito delle vetture cariche di prodotti della campagna. In tempi più vicini a noi, la parte superiore del ponte è stata rimaneggiata, le edicole ricoperte di cemento, il tetto abbattuto per consentire il passaggio delle trebbiatrici.

Il nome del borgo di Campana, sorto accanto al fiume Aterno, le cui prime notizie documentate risalgono all’anno Mille, potrebbe risalire alla presenza di un ceppo miliario posto vicino al ponte, con su scritto il nome della strada; si ipotizza che l’usura e l’erosione del tempo possano aver cancellato dalla scritta Poplica Campana la prima parola, lasciando visibile solo la seconda, Campana, appunto.

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La storia del Borgo di Campana

Al di là del ponte e del fiume sorgeva un vero paese, Campana, della quale si hanno notizie documentate che risalgono intorno all’anno mille, quando apparteneva al territorio di Aveja e Forcona, prima; al monastero di Farfa, poi, ed infine, per molti secoli, alla diocesi di Valva, l’odierna Corfinio, che comprendeva la zona di Sulmona, Lanciano, la valle subequana e del Tirino.

Campana era il borgo sul confine più lontano e la confinante parrocchia di Stiffe era la prima a sud di L’Aquila e una pietra croce-segnata, detta Balunnia, ne limitava il termine.

Questo piccolo borgo intorno all’anno Mille aveva tante case, occupate da residenti del luogo, da persone di Fagnano, da persone di altri paesi vicini che possedevano fienili e pagliai. Aveva un’aia, un forno, una pizzicheria, un’osteria-taverna, composta di più locali che ospitava i forestieri di passaggio, e un mulino con una sola macina.

La cosa che più colpisce di questo paese è che sia stato costretto ad un dualismo particolare: Campana, infatti, era soggetto politicamente ai vari sovrani che si susseguirono nell’Italia meridionale e fiscalmente consociata a L’Aquila, distante 20 Km, ma ecclesiasticamente dipendente da Valva, l’odierno Corfinio, distante 35 Km.

Campana, contesa tra vescovi e governo della città per secoli, finalmente con la bolla del 24 agosto 1424 del papa Martino V Colonna, fu incorporata alle terre del vescovo di L’Aquila Donadei.

Tornando all’anno Mille, Campana viene menzionata su Bolle corografiche, inserita sempre nella diocesi di Valva, perché venduta a vari signori dell’epoca e come sede di un Hospitale, del quale esistono solo cenni, mentre l’Antinori parla di tre chiese presenti nel borgo nel 1360, San Giovanni, Sant’Ozoino e San Leonardo, delle quali non ci sono riscontri.

Interessante appare, verso la fine del 1100, la comparsa dei Gerosolimitani, che sono nominati per una donazione ricevuta a favore di San Giovanni, la chiesa di Campana, e di San Nicola, la chiesa di Rocca di Mezzo, con tutti i benefici derivati dalle terre, dai possedimenti e dalle rendite. Vicino a San Nicola sorse il paese di Terranera, così chiamato, forse, per la tonaca nera dei Gerosolimitani.

Questo termine, letteralmente “abitanti di Gerusalemme“, si riferisce ad un ordine militare e religioso di San Giovanni di Gerusalemme, detti poi Cavalieri di Rodi e poi di Malta, conosciuti inoltre come Ospitalieri; si erano formati per assistere e curare i pellegrini che si recavano in terra santa e avevano obbligo di povertà, voto di castità e obbedienza .

Il potere di questo ordine cavalleresco si estese nel regno di Napoli e poi in Abruzzo alla fine del XII sec. ,come si è già detto, con l’istituzione  della Commenda che aveva il potere di amministrare e di usufruire delle rendite derivate dal patrimonio fondiario formato da case, chiese, ospizi e terreni.

Campana divenne pertinenza della chiesa di San Tommaso di Canterbury, elevata a dignità di Commenda, che possedeva numerosi beni, ”molti buoni terreni, tre selve di querce e beni immobili”. I documenti dell’epoca menzionano la presenza di un commendatore che nominava il parroco, gli assegnava un compenso per amministrare i sacramenti e celebrare le messe.

Campana nel Comitato che ha fondato L’Aquila nel 1254

Con l’atto formale di Corrado IV nel 1254, si costituì il Comitatus aquilanus che fondò la città delle 99 piazze, 99 chiese e 99 fontane a rappresentare tutti i territori, da San Benedetto in Perillis fino ad Amiternum, già uniti amministrativamente a L’Aquila, Campana compresa.

Le lotte tra vescovi, però, fecero sì che molte terre del contado non potessero partecipare alla fondazione della città, nè ad occupare il locale intra moenia dove edificare la piazza, la chiesa, le abitazioni e la fontana.

Campana non stabilì in città un suo locale e agli inizi del XV sec. – come terra del contado – faceva parte del quartiere di San Giorgio, oggi Santa Giusta, e non costruì la propria chiesa, ma coloro che si erano inurbati scelsero come parrocchia San Tommaso da Canterbury (sconsacrata, è divenuta sede del comando della Guardia di Finanza ) e la divisero con gli abitanti di Terranera.

Nel 1294 passò, a dorso di mulo, sul ponte Romano Pietro da Morrone, in cammino verso L’Aquila. Papa Celestino V fu il 192° Papa della Chiesa Cattolica e fu investito il 29 agosto 1294 a L’Aquila. Il 13 dicembre dello stesso anno fece ‘Il gran rifiuto’ come scrisse poi Dante, ponendolo nel III Canto dell’Inferno (58-60):

«Poscia ch’io v’ebbi alcun
riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di
colui
che fece per viltade il gran
rifiuto.

Il re Alfonso d’Aragona, fin dal 1443, aveva stabilito che ogni tre anni fosse fatto il conteggio della popolazione, per ricevere come tassa 10 carlini a famiglia o per ogni fuoco. Così, anche a Campana, nel 1508 si attuò la numerazione dei fuochi; dopo le pestilenze e le carestie che avevano mietuto tante vittime, il borgo risultò abitato da 17 fuochi, ossia 17 famiglie; nel 1532 i fuochi erano 21 e nel 1561 erano 34, ma la peste del 1656 ridusse i fuochi e nel 1688 tornarono ad essere 20.

Si è accennato ad un Hospitale presente a Campana, le cui notizie, come abbiamo detto, sono incerte, ma nel 1639 se ne fa cenno come proprietà baronale, in un documento di vendita, e doveva essere un punto di riferimento durante il periodo delle pestilenze e delle carestie, che si abbatterono in tutto il territorio già dal 1362 fino alla seconda metà del Seicento.

La Chiesola vicino al Ponte Romano

Campana, all’inizio del Seicento, ebbe anche una chiesa privata, edificata ai piedi del paese, vicino al ponte romano e intitolata a Santa Maria delle Grazie; commissionata da un certo Geronimo Antonuccio da Campana, con un testamento redatto nel 1651, la chiesa veniva dotata di immobili, terre, boschi, prati, che dovevano essere gestiti per mantenere le spese di culto come la cera, gli incensi, l’olio, nonché gli arredi, la manutenzione dell’edificio e la retribuzione del sacerdote incaricato di officiare. Geronimo abitava in un luogo detto taverna-osteria che, insieme al forno, al macello, all’aia, al mulino, ad altre abitazioni e fienili, siti prima dell’attuale ferrovia,formavano il borgo.

La chiesa, così abbondantemente fornita dal Geronimo, nonostante le tante vicissitudini dovute a controversie tra i vari signori del luogo, tra il succedersi di cappellani e vescovi in visita, spesso in dissidio tra loro per compensi non ritenuti sufficienti, si mantenne un elemento importante nella vita di Campana.

Le proprietà della chiesa erano soggette al fisco e nel Catasto Onciario di Campana del 1752 viene riportato l’elenco dei beni, la natura dei terreni, aratoria o prativa, le coppe, i confini ed il nome dei confinanti, la stima, le 12,19 once da pagare e i pesi da dedurre.

Nel 1882, in occasione della costruzione della strada che da Campana portava al casello ferroviario, il comune di Fagnano sporse reclamo perché il piazzale della chiesa era rimasto più basso rispetto al livello stradale di circa m.1,60, cosa considerata sconveniente per una chiesa in cui si celebravano le principali festività dell’anno. La chiesa resistette nel tempo, tra alterne vicende legate agli eredi dei vari signori del luogo, spesso poco inclini a sborsare denaro per mantenerla in buono stato o all’incuria degli abitanti stessi.

Nel terremoto del 1915, la chiesa subì danni consistenti, sistemati solo in parte, ma, con la seconda guerra mondiale, la sua posizione accanto alla ferrovia le procurò danni irreparabili e, ridotta ad un rudere, è rimasta inagibile e abbandonata. Restano sulla facciata le due finestre in basso e l’oculo centrale, mentre le pietre del timpano e del portale sono state trafugate nel tempo. Il livello del suo ingresso, dopo i lavori svolti sul ponte, l’innalzamento del manto stradale e l’installazione di una ringhiera, si è abbassato tanto da renderne difficile l’accesso.

La Chiesa di San Giovanni Evangelista

Diversa è la storia della parrocchia di Campana, sorta in alto con la facciata rivolta verso il burrone ,sotto al quale scorre l’Aterno, con una piazza antistante, al centro della quale sorge una fontana. Questa chiesa, che i Cavalieri di Malta avevano conservato tra le loro proprietà, essendo stati soppressi gli ordini religiosi sotto Napoleone e l’isola di Malta occupata dai Francesi, subì la sorte di essere lasciata come chiesa parrocchiale, ma con grandi difficoltà economiche.

I Cavalieri decaddero e tutte le proprietà che avevano a Campana furono in parte vendute agli abitanti del paese.

La chiesa di Campana, oggi San Giovanni Evangelista, era stata pertinenza  dei Gerosolimitani per più secoli e, avendo loro come protettore San Giovanni Battista, in molti documenti è questo il nome dato alla chiesa. Quando l’ordine perse il suo potere, forse per una sovrapposizione o confusione, il Battista diventò l’Evangelista e, nel restauro del 1919, al centro del soffitto, Giovanni Lentisco, allievo di Teofilo  Patini, dipinse il santo protettore con sotto la scritta tratta dall’Apocalisse:

Ego sum Alpha et Omega 

Primus et novissimus

Principium et finis

La scelta di una vita faticosa, per non dimenticare

L’azienda agricola di Donato Valerio e di Ilaria è biologica per tradizione, ripercorrendo i passi e gli insegnamenti di nonno Sabatino (detto Fasitt). Dalle tartufaie all’orto, passando per le pecore, i maiali e le galline, la giornata di Donato inizia presto al mattino ed è scandita da scadenze dettate dalla terra e dal tempo, metereologico. Un agnellino qui nasce dopo 5 mesi di gravidanza, non su uno scaffale! Mamma pecora e papà montone devono pascolare tutti i giorni ed essere accuditi con dedizione e rispetto.

Quest’ultimo in particolare è l’insegnamento più importante che si tramanda di generazione in generazione…

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Campana di Fagnano Alto: alcuni Dati

Provincia: L’Aquila

Regione: Abruzzo

Abitanti: 18

Il borgo di Campana, comune di Fagnano Alto, si trova a soli 20 chilometri dall’Aquila, sotto il costone di un monte della catena del Velino – Sirente, nel cuore dell’Appennino Abruzzese, nell’omonimo Parco Regionale Velino Sirente.

I boschi di querce che la circondano sono popolati della tipica fauna dell’Appennino centrale: l’orso marsicano, il lupo, la volpe, la lepre, il cervo, il falco, la poiana e il cinghiale, insieme agli animali più comuni come l’istrice, lo scoiattolo ed il tasso. Al tramonto gli animali escono dal bosco per raggiungere il fiume ed abbeverarsi, in quel frangente è possibile avvistare la ricca popolazione del Parco Regionale.

Lungo l’asse del fiume Aterno, ed in particolare intorno al ponte romano, vive una colonia di Aironi Cinerini, convivono con loro le gallinelle d’acqua ed i germani reali. Tra le specie ittiche viventi in questo fiume, che necessitano di tutela, vi è l’Alborella Appenninica.

I boschi di querce hanno reso famoso il Comune di Fagnano Alto per la produzione spontanea del Tartufo Nero Pregiato, tanto che i monti circostanti sono stati organizzati negli ultimi trent’anni in tartufaie di Tartufo nero pregiato invernale, cioè tanti filari di querce sapientemente lavorati ed irrigati ad arte.

Nel 1874-75 è stata realizzata la Stazione Ferroviaria di Campana, lungo la tratta Pescara – Sulmona – L’Aquila, che venne interamente attivata nel maggio del 1875 e che rese Campana strategica per l’intero territorio.

Tra la fine dell’ottocento, infatti, e gli inizi del novecento, Campana divenne il borgo di riferimento dell’intera vallata e delle Rocche, sia per la stazione che per il mulino ad acqua. La popolazione del limitrofo Altipiano delle Rocche (da 1100 mt s.l.m. in su), infatti, scendeva a valle attraverso l’antica strada romana sia per la stazione, ma soprattutto per macinare il grano, commerciare le patate ed acquistare la frutta, che cresceva con grande difficoltà a quelle altitudini.

La piana di Campana e le montagne circostanti sono state per centinaia di anni popolose di pecore e di mucche. Gli animali venivano spostati dai pascoli a valle, su per il monte, in una transumanza verticale tipica della zona. A giugno le famiglie di pastori erano solite spostarsi in quota nelle Pagliare con il bestiame, in cerca di erba e pascoli. Le piccole strutture erano dei veri e propri ‘pagliai’ di pietre a secco, costruite su due piani: sotto veniva ricoverato il bestiame per la notte e sopra organizzato il giaciglio. Le Pagliare di Fagnano, di Fontecchio e di Tione sono dei piccolissimi borghi in pietra che riproducono, a circa 1100 mt S.l.m., i tre borghi adiacenti a valle lungo l’asse del Fiume Aterno. Le pagliare sono collegate da un’antica via che parte da Terranera ed arriva a Secinaro.

La riscoperta delle antiche Pagliare sta sollecitando, in questi ultimi anni, un timido moto di recupero, e restauro eco compatibile, di ciò che resta di questi piccolissimi borghi primitivi (non esistono qui né acqua corrente, luce o fognature), attraverso la luce e l’acqua calda prodotte da fotovoltaico e dal solare termico.

La strada che porta alle Pagliare di Fagnano sale dall’antica Via Poplica Campana, da cui si espande un reticolo di vie e mulattiere che oggi ben si presta a vari percorsi di Trekking a piedi ed a cavallo. Ripulite dai residenti, infatti, queste vie offrono panorami e percorsi mozzafiato in ogni stagione. L’antica via romana, poi, in vari punti affiora nella tipica pavimentazione o nei muri a secco che la cingono da duemila anni. Lungo questo reticolo di muri a secco, nel mezzo del costone della montagna che sovrasta Campana, si trova un’antica cisterna romana.

Fonte cisterna di Ciarlotti o Fonte Ciarlotta

Seguendo un sentiero, circoscritto da due muri a secco, si arriva a Piano del Monte, a quota 560 mt slm, dove tra querce, meli selvatici e asparagina giace un igloo di pietra, non un semplice fontanile, ma una cisterna di acqua potabile.

Dalle poche notizie tramandate nel corso dei secoli non sono stati trovati scritti e relazioni inerenti alla fonte cisterna di Ciarlotti, ragion per cui possiamo fare solo una ricostruzione sommaria partendo dai pochi elementi strutturali e dai lacunari racconti dei pochi abitanti del borgo di Campana. L’origine di questo manufatto si inserisce sicuramente nel contesto del ben più noto Ponte Romano.

La struttura del manufatto si addice di più a quella di una cisterna, e non a quella di una fonte, infatti la ciclopica pietra posizionata alla base dell’impianto fa pensare ad un avvicinamento verso il pozzo, il più vicino possibile, per la raccolta dell’acqua. E’ probabile che nel corso dei secoli questa struttura abbia subito delle modifiche in quanto, nella parte inferiore troviamo i “rigorosi” conci ben squadrati risalenti all’epoca Romana, mentre nella parte superiore, compresa la volta a botte, le pietre sono irregolari e tenute da una specie di malta, a ragione possiamo stabilire risalente ad un periodo medievale. Adiacente all’impianto si suppone ci sia stato un insediamento Vestino, attraverso il ritrovamento, sui terreni circostanti, di alcuni reperti, da confermare, risalenti a tale periodo (De Nino, Proietti). Il nome “Ciarlotti”, con ogni probabilità, gli fu attribuito per identificare un popolo di ceto sociale più basso, cioè contadini, artigiani, pastori. Un’altra ipotesi dell’appellativo “Ciarlotta” è quello inteso come una sorgente con una copiosa erogazione di acqua. Nel secolo scorso, come raccontano i pochissimi residenti anziani di Campana, è stato un punto di approvvigionamento, sia per uso alimentare che agricolo, infatti, sempre da tali testimonianze, si racconta che l’acqua prelevata per uso agricolo serviva per sciogliere lo zolfo, quale trattamento antiparassitario sui piccoli vigneti circostanti.

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Campana raccontata dal centenario Peppe Del Grande (29 giugno 1919)

Peppe Del Grande si ricorda bene di quando l’acqua di Fonte Ciarlotta veniva usata per la campagna e per le bestie. Peppe ha compiuto 101 anni il 29 giugno 2020 e rappresenta il più anziano degli abitanti di Campana. Lui da sempre mangia due uova fresche delle sue galline al giorno.

L’economia di Campana, racconta Peppe, si basava principalmente sulla pastorizia, le pecore soprattutto e le vacche. La lana rappresentava la ricchezza maggiore, poi il latte ed i suoi derivati. Il pecorino, cioè la pizza di formaggio di latte di pecora stagionata in cantina, è il prodotto più famoso di queste zone. Peppe non è nato a Campana, ma ha vissuto qui tutta la sua vita. Un secolo di storia dell’Abruzzo interno: i sacrifici, le difficoltà e la passione di una vita intensa.

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Campana, un borgo bellissimo ed antisismico, che attende di essere riscritto

Prima del terremoto del 2009 il borgo di Campana era un luogo di vacanza, poco abitato, ma costituito principalmente da seconde case. Diversi turisti stranieri avevano acquistato e ristrutturato case o pagliai per venire a trascorrere le ferie, tra l’aria pulita e le tradizioni dell’Abruzzo interno.

Il 6 aprile 2009 il terremoto di L’Aquila ha ferito questi luoghi e la road map della ricostruzione, che ha dato precedenza al capoluogo ed alle prime case, ne ha rallentato il recupero. Le gru ed i cantieri sono apparsi da pochi anni, ma presto consentiranno di restituire case sicure ed antisismiche alla popolazione. L’effetto collaterale è la disaffezione delle seconde generazioni, che in questi ultimi 11 anni non hanno vissuto Campana, le sue tradizioni, le sue feste ed i suoi sapori.

Roberta Galeotti

GIORNALISTA

Sono Roberta Galeotti, da 12 anni sono direttore ed editore del Capoluogo.it, il giornale on line della provincia di L’Aquila. Dal 2015 abito a Campana.

Ho scelto questo angolo di paradiso per fuggire dal caos della città, intenta nella ricostruzione post sisma, e per vivere vicino ai nostri cavalli. Giorno dopo giorno sto scoprendo i segreti di una storia antichissima ed apprezzando le peculiarità di questa terra straordinaria. Sono venuta a vivere in una casa, la cui vecchia padrona era nata il 29 ottobre, stesso giorno del mio compleanno. Non può essere una coincidenza, era scritto che io arrivassi qui!

Nel ‘silenzio’ straordinario della natura, qui a Campana, il rumore delle acque del fiume Aterno è la colonna sonora, che ti accompagna ovunque. Lo scorrere dell’acqua si contrappone al tempo che qui sembra fermarsi: la vita frenetica della città, ma soprattutto della redazione, lascia spazio al ritmo della natura, cadenzato dalle stagioni, dal ciclo della potenza generatrice e dal sole. In inverno il Sirente si porta via il sole già dalle 14:00 ed il freddo intenso dell’inverno appenninico, complice l’umidità del fiume, si fa ancora più penetrante. La vita si fa difficile sotto la coltre di gelo che ‘a pacino’ non si scioglie fino ad aprile, gli animali scendono a valle in cerca di cibo ed è facile a buio incontrare lupi e cinghiali.

Il senso della vita qui ha tante forme: è sufficiente aprire gli occhi al mattino e respirare profondamente attivando tutti sensi!

Luigina Salvi

Professoressa di Lettere, appassionata di storia e divoratrice di libri. Classe ‘40, Luigina Salvi si è laureata alla Sapienza nel 1964 discutendo la tesi con il suo professore di italiano Natalino Sapegno e studiando con Paratore ed Argan.

Per redigere i testi di questo lavoro, la professoressa Salvi ha svolto accurate ricerche storiche e demografiche, ha rintracciato e scovato le tracce dell’antica Campana, ricomponendone i pezzi in questa bella storia.

Eleonora Falci

GIORNALISTA

Sono Eleonora Falci, classe ’82, nata e cresciuta nel cuore dell’Aquila, a San Pietro, uno dei quarti fondatori della città. Approdata al Capoluogo nel 2016, sono giornalista professionista da 10 anni: sono cresciuta professionalmente a Radio Popolare, per la quale ho raccontato, per mesi, il terremoto della mia città e, negli anni, la sua rinascita. È stato proprio nei mesi successivi al terremoto che ho scoperto la Valle Subequana e i suoi borghi: aie larghe e vicoli stretti, nei quali la vita continua a scorrere lenta e pacifica. I castelli, le torri, i ponti, i mulini, perfino i soprannomi delle famiglie raccontano storie ai più sconosciuti e per questo belle da riscoprire e raccontare. Ho scelto di vivere a Molina Aterno nel 2013 e pochi anni dopo sono arrivata nella redazione del Capoluogo spinta dalla voglia di raccontare L’Aquila, ma soprattutto la nostra città territorio. Una missione che con Il Capoluogo portiamo avanti da anni, grazie alla lungimiranza della direttrice e all’ascolto di ogni voce, che il territorio lo vive e lo ama. Come noi.

Arianna Tocchio

REGISTA

Arianna Tocchio, 50 anni, PhD in Informatica ed Applicazioni all’Universita’ di L’Aquila. Da diversi anni lavora nella Redazione de IlCapoluogo, giornale online abruzzese in qualità di grafica e webmaster. Ama leggere, dipingere e creare sia con gli strumenti tradizionali che con il computer.

Giovanni Sfarra

FOTOGRAFO E VIDEOMAKER

Nato all’Aquila, classe 1992, da sempre coltiva la passione per il mondo dell’audiovisivo. Proviene da un percorso da autodidatta, perfezionato e arricchito grazie al Centro Sperimentale di Cinematografia di L’Aquila, dove si diploma nel 2016 confrontandosi con il mondo del reportage attraverso il punto di vista fotografico, di scrittura, audiovisivo e del broadcast. Videomaker e Filmmaker freelance collabora con varie realtà del settore pubblico e privato, come testate giornalistiche ed emittenti televisive, tra cui la realizzazione di documentari e speciali per RAI.