Anche in una provincia di periferia ci sono posti lontani, anche in Sicilia occidentale, anche nel Belice.

“Perfino lontano da niente succede qualcosa / non qui”, canta Mina in Luna Diamante.

E se c’è un posto lontano da niente, è Poggioreale, periferia della periferia. È quel genere di posto che, davvero, possiamo chiamare: laggiù.

Laggiù è un declivio di colline, dolci, che sono Sicilia e sembra il Chianti.

Laggiù è una strada provinciale che si allaga alle prime piogge.

Laggiù è un paese distrutto e ricostruito, e che vive il paradosso: il paese vecchio, distrutto dal terremoto, è diventato una meta turistica famosa in tutto il mondo, set per esercitazioni di vigili del fuoco e militari.

Il paese nuovo, invece, è abbandonato.

Insomma, l’unico indotto, qui (anzi, laggiù) sembrano le macerie.

I segni del terremoto, tra spopolamento e memoria

Poggioreale è uno di quei paesi in cui ancora oggi i cani, quando arriva un estraneo, abbaiano.

Si trova nella Sicilia sud occidentale, in provincia di Trapani, nella Valle del Belice vicino a quel che resta dell’omonimo fiume.

Potrebbe essere anche un paese da cartolina: PODIUM REGALE, fondato nel 1642 dal Marchese di Gibellina, Francesco Morso, che poi infatti ebbe il titolo di Principe di Poggioreale.

Poggioreale venne distrutta dal terremoto del 15 Gennaio 1968. Di quel sisma il paese porta ancora le ferite, anzi, le mutilazioni. Distrutto il vecchio centro abitato, la città, è stata ricostruita lì vicino. Grandi vie, urbanistica moderna, centri servizi da metropoli. Solo che qui, ormai, non vive quasi più nessuno. Erano 4000 gli abitanti nel 1968. Sono appena 1500 oggi.  Da qui, si fugge. Meta preferita: l’Australia. A Sidney c’è una comunità di poggiorealesi che ancora oggi mantengono le relazioni con il loro paese d’origine. Il gruppo su Facebook dei poggiorealesi in Australia conta più di 300 membri. Hanno anche un comitato, sotto l’egida del santo protettore, Sant’Antonio da Padova. Inviano preghiere e soldi, per recuperare qualche edificio storico.

Ad un paio di chilometri dai ruderi, vivi, c’è il paese, nuovo, quello vero, che però sembra morto. Il paese seguì la sorte delle altre città del Belice. Fu ricostruito con tecniche urbanistiche all’avanguardia per gli anni ‘70. Gli architetti e gli urbanisti si dilettarono nell’immaginare la città ideale, con qualche punta di sana follia. In una relazione scrissero: le città devono essere costruite con ampie vie e piazze larghe per evitare l’assembramento delle persone, che dà origine alla mafia (il coronavirus non era ancora arrivato …). E quindi ecco la città nuova e vuota, che appartiene al modernariato, più che alla modernità, con strutture grandi e incomplete e inutilizzate. E qualche chicca per gli appassionati: la piazza Elimo, realizzata da Paolo Portoghesi; la fermata dell’autobus e la Cappella di Sant’Antonio, realizzate da Franco Purini.  Poggioreale avrebbe anche una piscina pubblica. Mai aperta. Ogni tanto qualche amministratore pensa di ultimarla, salvo scoraggiarsi per un dato evidente: manca l’utenza.

Il paese come campa? Di agricoltura, soprattutto, e di pastorizia. Ci sono tanti allevamenti di bovini e ovini. E c’è una valle fertile, ricca di angurie e meloni e di filari di vigneti.

L’assessore Mario Sancetta è anche lui un giovane emigrato, tornato per dare una mano. Racconta che Poggioreale è un posto tranquillo, anche troppo: “I giovani se ne vanno, i pochi che restano lavorano in campagna. Questo rimane di Poggioreale. Non nasce più nessuno, e tra poco non avremo più la scuola, non essendoci bambini. Un paese senza anima e senza storia reale”. È come la colonna dei gesti perduti di Italo Calvino: la storia è da un’altra parte. È lassù, nel “vecchio centro”.

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La speranza? Nelle rovine

Chi arriva, da queste parti, entra nel paese nuovo e chiede delle macerie.

A Poggioreale antica si entra da un cancello. Perennemente chiuso, ma tutti lo scavalcano. Lo scenario che si apre al visitatore è surreale: una piazza deserta – ancor prima che al deserto ci fossimo abituati nel lockdown del coronavirus – cani randagi, case crepate e miracolosamente in piedi, facciate di chiese, anche di palazzi di pregio.  E ancora: un teatro svuotato, un ospizio, la scuola. Accartocciati i tetti, divelti gli infissi.

Poggioreale antica è come Pompei. Non è stata una colata lavica ma il terremoto del 1968 a fossilizzare questo luogo, ad imbalsamarlo, ad ucciderlo per farlo diventare eterno.

Sembra un set cinematografico, lo è. Non è un caso che qui, ad esempio, il regista Giuseppe Tornatore ha girato alcune scene del suo film “L’uomo delle stelle” con Sergio Castellitto.

Sembra un luogo da esercitazioni. Lo è. I vigili del fuoco tengono tra i ruderi campi internazionali per addestrare i cani da soccorso, o per simulare interventi post terremoto.

Sembrano le macerie di una guerra. Lo sono. Anche la Nato frequenta Poggioreale Antica. I militari fanno esercizio di guerra casa per casa in un paese nemico, nel cuore della Sicilia.

Sembra il futuro. E potrebbe davvero esserlo. Immaginare questi ruderi come una “Matera di Sicilia”, creare intorno alle macerie un movimento non solo turistico, ma di arte, cultura, vitalità. Qualcuno prova a farlo, come Giacinto Musso, presidente dell’associazione Poggioreale Antica.

L’associazione è nata nel 2011. I volontari hanno liberato le strade, pulito, recuperato e messo in sicurezza gli edifici. Nel palazzo Agosta, ad esempio, hanno organizzato un “museo improvvisato” con tutto quello che è stato trovato tra le macerie: giocattoli, utensili, arnesi da lavoro, resti di mobili.  Adesso anche il museo è chiuso. Anche il presidente è un immigrato di ritorno.

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Progetto BELICE

Tra tutti, merita una menzione il Progetto BELICE, un progetto europeo che tende a valorizzare Poggioreale Antica, rendendola una location di riferimento internazionale per le squadre di soccorritori USAR (Urban Search and Rescue).

Nel concreto, oltre alla redazione di uno specifico manuale operativo, nei primi mesi del 2021, proprio a Poggioreale, si svolgeranno in sequenza tre corsi per trainer di soccorritori USAR con team che arriveranno da diversi Paesi Europei ed anche d’oltreoceano: www.beliceproject.eu

Le gabbie della memoria

C’è anche un paese che è fantasma nelle memorie degli anziani. Che hanno nostalgia di tutto quello che c’era prima del terremoto, e che riducono la loro malinconia, una malinconia che è pianto, in una frase che le vale tutte: “Una volta la vita era più semplice. C’erano pane e lavoro”.  Ne hanno visto di tutti i colori, come tutti gli anziani a Poggioreale, che hanno dono della sintesi per ricordare anni di vita in baracca, la ricostruzione, il terremoto: “Siamo scappati da casa con le chiavi in tasca. Ci sono rimaste le chiavi di casa in tasca, ma la casa non c’era più”.

Belice, il sisma dei poveri cristi

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Per farsi male, girano con dei fogli su quella che loro chiamano la “memoria storica”. Un elenco su quello che c’era e che non c’è più. Poggioreale aveva ad esempio un teatro ottocentesco, che faceva anche da cinema. C’erano nove chiese, adesso ce ne sono due. Non ci sono preti. E non c’è neanche una cabina telefonica. E non c’è più l’aria buona del paese vecchio (ed è proprio questo che ricordano piangendo).

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Una passione travolgente

Una generazione è cresciuta nella baraccopoli. Molti sono andati, spinti anche dal governo che offriva i biglietti del treno gratis per coloro che volevano emigrare. Pochi sono rimasti. Tra questi c’è anche chi ci prova. Come Salvatore Tamburello, che ha un’azienda agricola biologica…

“Si tramanda da cinque generazioni, io la guido dal 2006 – racconta -.  E come prima scelta ho convertito l’azienda all’agricoltura biologica, perché questa è una terra dove si può produrre qualità altissima, rispettando la natura”. Qui si può vivere. Rimanere. E creare. Ma alla base ci vuole una passione travolgente.

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