Fertilia è un piccolo borgo sul mare della Sardegna di circa duemila anime con una storia lunga quasi un secolo ed intersecata dall’incontro di culture diverse e distanti, che hanno contribuito alla sua evoluzione.

Ci sono due cose che colpiscono il viaggiatore che arriva a Fertilia per la prima volta: il ponte sulla laguna del Calich, che collega il piccolo centro alla vicina città di Alghero, e l’architettura modernista così dissimile da quella degli altri paesi della Sardegna.

La grande Piazza Venezia Giulia, dominata dalla facciata in trachite della chiesa col suo campanile di ventidue metri, gli edifici con tanto di portici della via Pola e la piazza San Marco che si affaccia sul mare la rendono unica nella sua simmetria di volumi urbanistici tanto cari all’architettura del periodo fascista in cui era stata progettata. Sì, perché Fertilia è una delle tre Città di Fondazione, assieme ad Arborea e Carbonia, che il regime fece costruire in Sardegna e questa è la sua peculiarità, oltre alla natura in gran parte incontaminata che la circonda.

Altro elemento che caratterizza fortemente Fertilia è la presenza delle famiglie dei primi seicento esuli che giunsero nel dopoguerra in fuga dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia. Al ricordo di quelle terre è legata anche la toponomastica del luogo. Ma è nella memoria che si tramanda che scorre la quotidianità del borgo marinaro, oggi meta turistica della Riviera del Corallo.

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Non sono molti i luoghi in cui l’impronta della Storia sia stata così potente come quella lasciata nella piccola borgata affacciata sul Golfo di Alghero. Un divenire di eventi che hanno segnato l’evolversi del centro urbano, nato per aggregare gli uomini che lavoravano all’opera di bonifica delle terre paludose della Nurra.

Dapprima giunse l’Ente Ferrarese per la colonizzazione, istituito dal regime fascista nell’ottobre del 1933, con l’insediamento di un cospicuo numero di famiglie originarie della provincia di Ferrara.

L’ufficialità della nascita di Fertilia fu data tre anni più tardi quando, l’8 marzo 1936 fu posta la prima pietra per l’edificazione della chiesa di San Marco.

In seguito, nel dopo guerra, giungeranno gli esuli di Istria e Dalmazia. Nel febbraio del 1947 don Francesco Dapiran, membro della commissione governativa inviata per una prima ricognizione, aprirà la strada alle famiglie giuliane che popoleranno il borgo tra il 1948 e il 1952 e ne completeranno la costruzione.

Alla cultura sarda e catalana che impregnava il vissuto degli algheresi si affiancò così quella ferrarese e istriana, producendo un incontro a volte difficile, ma che nel corso del tempo ha delineato l’unicità del luogo.

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E’ un esperimento, perfettamente riuscito, d’integrazione di persone di etnie diverse. Qui si sono incontrate e ritrovati insieme i sardi che hanno abitato questa terra per primi, gli algheresi di origine Catalana, poi sono arrivati gli esuli Giuliano-Dalmati, poi ancora gli esuli dalla Libia e dal Nord Africa ed infine i rimpatriati dalla Corsica. Un grande esempio d’integrazione che ancora oggi continua con persone che da ogni paese hanno preso casa in questo angolo di Paradiso. Un unicum che vale certamente la pena di essere raccontato in un periodo storico in cui le migrazioni sono un tema di grande attualità. C’è poi l’elemento legato alla memoria. Per oltre 40 anni Fertilia è stata la città dei Giuliani, quindi una enclave di esuli dalmata in un angolo della Sardegna settentrionale.

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Egea Haffner è uno dei simboli viventi delle foibe e della persecuzione dei partigiani jugoslavi ai danni degli italiani. Perse il padre nel 1945, prelevato a casa dalla polizia Titina. Nel 1946, a quattro anni e mezzo, lasciò Pola con la madre. Come altri 250mila italiani. Pochi momenti prima le fu scattata una “foto ricordo” in cui compare con in mano una valigia recante la scritta “Esule Giuliana”, seguita dal numero 30001. Ha vissuto sulla sua pelle l’esilio. Oggi a Fertilia quella bambina e quella foto danno il nome e l’immagine all’Ecomuseo che ricorda la tragedia dell’esodo, Egea.

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“A Fertilia ho vissuto per la prima volta, assaporato e respirato la libertà”. Aveva da poco compiuto i sei anni quando, nel 1949, insieme alla sua famiglia, è stata costretta ad abbandonare in tutta fretta la piccola Orsera, arrivando ad Alghero nel 1959 dopo aver trascorso la fanciullezza e l’adolescenza in un campo profughi in Toscana. A Fertilia si è costruita una famiglia, ma non ha mai dimenticato il suo passato di profuga. Una petizione che racconta la storia di Marisa Brugna, esule istriana di casa a Fertilia, è oggi sulla scrivania del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, chiede che sia insignita di un’onorificenza in relazione al grande valore storico-culturale che la sua vita rappresenta.