Il paese dei lupi

Arriviamo a Succiso a fine febbraio in una giornata da lupi. Tira un vento fortissimo e sta iniziando una vera e propria bufera di neve. Fra l’altro il paese è famoso perché qui, nel gennaio del ’49, nella valle della Liocca, fu ucciso l’ultimo lupo dell’Appennino che ora è esposto ai musei civici di Reggio Emilia. Una foto, che ricorda quella giornata, fa tuttora bella mostra di sé nel bar. Si vede la povera bestia caricata sulle spalle del cacciatore e portata in mostra nel paese. Ora, per fortuna, i lupi sono tornati, da decenni, e nessuno li caccia più. Nel bar gli anziani giocano a carte e raccontano della loro vita di una volta nel paese. Quando c’erano ancora più di un migliaio di persone fra Succiso inferiore, di mezzo e superiore e non era iniziato lo spopolamento e c’era un caseificio che produceva il Parmigiano Reggiano.

Succiso è l’ultimo paese dell’alto ramisetano dove 29 anni fa, per contrastare lo spopolamento del paese, è nata questa realtà che oggi può ben dire di aver vinto la sua scommessa. Il terremoto che ha distrutto il paese negli anni ’20 e la frana che lo ha spezzato in due negli anni ’50, non ha piegato la volontà dei suoi abitanti. Quegli uomini e quelle donne, per dirla con una bella poesia di Abdenago Marchi, che “hanno per scuola l’alpe e la tempesta”. Per loro l’alpe di Succiso, che sovrasta maestosa e minacciosa il paese, come scrive il presidente del Parco nazionale dell’Appennino tosco emiliano, Fausto Giovanelli, “era fabbrica e casa, giardino e piazza, ma soprattutto scuola di vita”.

E così, in una sfida contro il destino, gli abitanti hanno ricostruito il paese ancora più in alto e, sempre in una battaglia contro lo spopolamento, hanno deciso di fondare la coop Valle dei cavalieri. Un nome che evoca i milites del XII secolo, cavalieri armati, nobili che, in quei secoli, avevano giurisdizione sui contadi di Reggio e Parma.

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Lo spopolamento e la rinascita

Nel 1944, a Succiso, vivevano 1.480 abitanti. Erano già scesi a 530 nel 1951, fino ai 188 del 1981. Nel 1990 chiude lo spaccio e per il paese sembra finita. Ma un gruppo di giovani, di cui Oreste faceva parte, decide di non gettare la spugna e fonda la coop dando da lavorare agli abitanti di Succiso in quello che sarà poi chiamato il paese cooperativa. Oggi su 58 residenti, la maggior parte dei quali pensionati, otto lavorano e sono soci della coop e poi ci sono sei stagionali in luglio e agosto. Sabato e domenica si sale a 120 persone, mentre d’estate si contano 500-600 presenze.

Negli ultimi dieci anni sono nati 5 o 6 bambini. Era dal ’93 che non ne nascevano. La coop fattura 700mila euro l’anno grazie all’azienda agricola, al ristorante, al mini-market, e al bar. Alleva 250 pecore che producono 80 quintali di formaggio pecorino e 10 quintali di ricotta. È centro turistico del parco. L’agriturismo conta undici camere con servizi che possono ospitare fino a 42 posti letto. E c’è anche una piccola Spa.

E poi c’è il progetto “Neve Natura e Cultura d’Appennino” che porta a Succiso, ogni anno, centinaia di studenti dai 5 ai 18 anni, con le loro scuole. Qui i ragazzi degli Istituti Alberghieri o del Turismo fanno stage e la cucina, premiata lo scorso anno dalla rassegna “Menu a Km Zero”, offre l’opportunità di conoscere i prodotti del territorio, le preparazioni tradizioni e le possibili innovazioni.

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Clorinda, la donna che sussurra agli agnelli

I belati ti accolgono appena scendi dall’auto. Entriamo e, di fronte a noi, c’è la stalla con dentro 250 fra pecore e agnelli che producono il latte per il pecorino che, praticamente a centimetro zero, Albaro una porta più in là, trasforma in formaggio. Il rumore dei belati è quasi assordante, ma, dopo un po’, ti ci abitui. A gestire l’allevamento ci sono Cristian e Clorinda. Lui è originario di Campegine, un paese della val d’Enza in pianura e allevava mucche da Parmigiano Reggiano. Poi ha conosciuto e sposato lei, che è di Vetto, e ha iniziato ad allevare pecore. Vita grama, ci raccontano, perché con poche pecore era difficile tirare avanti e così, quanto il pastore precedente, un rumeno che era lì da vent’anni, ha deciso di licenziarsi, sono arrivati loro.

Albaro, il tuttofare: casaro e pizzaiolo

Albaro Torri è il tuttofare della cooperativa. Ha lavorato per anni come operaio nella storica fabbrica di Reggio Emilia delle Reggiane. Poi ha sposato una ragazza di Succiso e, per quattro anni, ha fatto avanti e indietro dal paese a Reggio per andare a lavorare in città. Un’ora e mezza andare e un’ora e mezza a tornare. A un certo punto ha deciso che era ora di finirla e si è messo a fare il pecorino per la coop. Occhiali, pizzetto, uno sguardo mite, 57 anni, Albaro è passato dalla catena di montaggio delle Reggiane a quella della mungitura delle pecore che gli forniscono il latte per il pecorino. Ma quello del casaro non è l’unico lavoro di Albaro.

Quando ha finito di fare il formaggio, guida lo scuolabus per portare i bambini a scuola a Ramiseto, poi si fionda a dare una mano al bar e ti serve un grappino e, infine, lo puoi vedere esibirsi come pizzaiolo d’estate quando c’è maggiore richiesta di questo tipo di ristorazione. Ci ha fatto, fra l’altro, scoprire una rarità: salame misto di maiale e pecora che producono qui a Succiso, veramente squisito, e per questo ancora lo ringraziamo. Ci porta dove produce il formaggio, tutte le mattine, proprio di fianco alla stalla dove vengono munte le pecore e ci racconta con orgoglio come produce il suo formaggio.

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Enea Torri, la memoria storica del paese

Ci svegliamo al mattino e, fortunatamente, veniamo salutati una splendida giornata di sole che fa brillare i ghiacci a quota duemila metri sull’Alpe che sovrasta il paese. Ne approfittiamo per farci accompagnare da Enea alla scoperta di Succiso inferiore, il paese vecchio in cui lui è nato 91 anni fa. Enea Torri ha 91 anni e si può ben dire che è la memoria storica di Succiso. Ancora lucidissimo, guida l’auto. “Al massimo vado a Ramiseto per prendere la pensione”, ci racconta. Capelli bianchi, sguardo fiero, si commuove ancora al pensiero della moglie Franca che lo ha lasciato tre anni fa. Ci consegna una poesia molto tenera, dedicata ai 62 anni di matrimonio passati con lei. Torri aveva un’azienda che costruiva strade e ha partecipato alla realizzazione dell’arteria che porta a Ramiseto.

Ci accompagna per le vie di Succiso inferiore, ferito dalla frana degli anni Cinquanta, con le sue belle case in sasso, ancora abitate d’estate. Sopra al paese, su una collina, si erge la chiesa di Santa Maria Assunta, ferita dal terremoto del 1920 e poi ricostruita nel 1935. La frana degli anni ’50 l’ha distrutta di nuovo, ma restano, indomite, la facciata e la torre spogliate dall’abside e dai fianchi che sono crollati. Enea ricorda il paese di una volta e ci fa vedere la sua casa. Il paese è pieno di maestà di arenaria e marmo apuano. Fa bella mostra di sé un cippo marmoreo che racconta, con l’immagine della Natività, della nascita di Giovanni Torre, secondo parroco di Succiso. Proprio in quel punto la madre di Giovanni, Giulia, nel 1656, lo diede alla luce mentre tornava da messa dalla pieve di San Vincenzo.

Il premio a Madrid

Quella della cooperativa Valle dei Cavalieri di Succiso è la storia di un gruppo di montanari dalla testa dura, ma dal cervello fino che ha costruito un’esperienza che è arrivata ad ottenere perfino un riconoscimento dall’Onu. Nel gennaio del 2018, in occasione della 38esima edizione della Fiera internazionale del Turismo di Madrid, luogo di incontro annuale per migliaia di buyers internazionali e operatori del settore, la cooperativa di comunità Valle dei Cavalieri di Succiso (Re) ha vinto il secondo premio per l’Eccellenza e l’Innovazione nel Turismo istituito dall’Organizzazione Mondiale del Turismo (Unwto) che fa parte del sistema Onu, nella categoria imprese. È un premio allo straordinario lavoro di un gruppo di persone che, magari, prese singolarmente, potrebbero non sorprendere, ma che, collettivamente, sono riuscite a costruire una squadra in grado di superare ostacoli enormi. È la forza dei singoli, messa in circolo in una comunità, che ha permesso a questi oramai ex ragazzi di immaginare un futuro per il loro paese e di diventare un esempio, studiato in tutto il mondo, di cooperativa di comunità.

Succiso: alcuni dati

Comune di appartenenza: Ramiseto

Provincia: Reggio Emilia

Località: Emilia Romagna – Appennino Tosco Emiliano

Nel 1944, a Succiso, vivevano 1.480 abitanti. Erano già scesi a 530 nel 1951, fino ai 188 del 1981. Nel 1990 chiude lo spaccio e per il paese sembra finita. Ma un gruppo di giovani decide di non gettare la spugna e fonda la coop dando da lavorare agli abitanti di Succiso in quello che sarà poi chiamato il paese cooperativa. Oggi su 58 residenti, la maggior parte dei quali pensionati, otto lavorano e sono soci della coop e poi ci sono sei stagionali in luglio e agosto. Sabato e domenica si sale a 120 persone, mentre d’estate si contano 500-600 presenze.

Negli ultimi dieci anni sono nati 6 bambini. Era dal ’93 che non ne nascevano. La coop fattura 700mila euro l’anno grazie all’azienda agricola, al ristorante, al mini-market, e al bar. Alleva 250 pecore che producono 80 quintali di formaggio pecorino e 10 quintali di ricotta. È centro turistico del parco. L’agriturismo conta undici camere con servizi che possono ospitare fino a 42 posti letto. E c’è anche una piccola Spa.

Succiso è caduto e rinato tre volte. Nel ’21 un forte terremoto lo rase al suolo e nel ’50 ci fu la frana. A fine anni Ottanta stavano chiudendo l’ultimo negozio e l’ultimo bar. Nel ’91 è nata la coop.

Nel gennaio del 2018, in occasione della 38esima edizione della Fiera internazionale del Turismo di Madrid, luogo di incontro annuale per migliaia di buyers internazionali e operatori del settore, la cooperativa di comunità Valle dei Cavalieri di Succiso (Re) ha vinto il secondo premio per l’Eccellenza e l’Innovazione nel Turismo istituito dall’Organizzazione Mondiale del Turismo (Unwto) che fa parte del sistema Onu, nella categoria imprese.

Popolazione a Succiso

Francesco Raganato

REGISTA

Francesco G. Raganato (1978, Copertino, LE) dal 2003 è regista, direttore creativo e autore di Branded Content, Documentari, Spot. I suoi lavori sono andati in onda su RAI3, La7, SKY Uno, SKY Arte, History Channel, Fox Crime. Si occupa principalmente di Branded Content e lunga serialità a carattere documentario. I temi ricorrenti della sua poetica sono il racconto delle persone, i beni artistici e culturali, l’avventura e il viaggio. Il suo storytelling spesso è caratterizzato da una chiave intima ma che rimanda a temi universali. Tra i suoi ultimi lavori ISLAM ITALIA, 8 puntate da 50’ per Rai 3 condotto da Gad Lerner e FOTOGRAFI, 3 stagioni per Sky Arte sui grandi nomi della Fotografia italiana. Realizza anche documentari lunghi tra cui Looking for Kadija, girato in Eritrea, che ha vinto il Festival Del Cinema di Roma 2014 come Miglior Documentario Italiano e il Primo Premio Italia al Festival del Cinema Africano di Milano 2015. E’ il regista vincitore del progetto DIGITALIFE, promosso da Rai Cinema ed Ente Fondazione dello Spettacolo, un docufilm sui cambiamenti che ha portato internet nella nostra vita, attualmente in sala.

Paolo Pergolizzi

AUTORE

Paolo Pergolizzi, 53 anni, giornalista professionista, vive e lavora a Reggio Emilia. Editore e direttore di Reggio Sera e precedentemente editore e direttore di Reggionline. Ha lavorato a come redattore a Libertà di Piacenza, al Giornale di Reggio come vicecaposervizio e ha collaborato per anni al Resto del Carlino. Appassionato di viaggi e di medioriente. Ha realizzato reportage in Sira e in Iraq del Nord per Avvenire. Ha scritto tre libri: “L’Appartamento” sulla genesi delle Brigate rosse, “Le nuove Br” e “Mariella Burani Fashion Group, storia di un crack”.

Marco Corso

GIORNALISTA

Sono Marco Corso. Faccio il giornalista da quando ho 19 anni formandomi nella “scuola” di VareseNews. Da ormai 5 anni mi sono specializzato nella produzione video e recentemente nelle registrazioni aeree. Insegno tecniche di ripresa e narrazione in diversi corsi ITS. Vivo a Busto Arsizio, in provincia di Varese, ma appena posso scappo con macchina fotografica, videocamera e drone nello zaino per fare quello che più mi piace (e che posso anche chiamare lavoro)